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Con le mani del Signore nella notte di Aleppo (di Padre Ibrahim Allsabagh)

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Passando per le strade e negli angoli diAleppo, la mia città sotto la continua tempesta della guerra da più di cinque anni,si vedono ruderi ovunque, non solo di edifici demoliti ma anche di persone umanamente distrutte.
Poco tempo fa una signora bussa alla porta del Convento, chiedendo diincontrarmi. Il suo nome è Lara, trentenne, vedova, due bambini. Ha bisogno di aprire il cuore. La sua famiglia di origine era immigrata ad Aleppo in cerca di lavoro. Ora si trova nel bisogno, oltre alla sofferenza psicologica per la perdita del marito sente gravare su di sé la responsabilità della crescita dei figli: hanno tante necessità cui non può rispondere, si sente come una colomba «con un’ala fratturata», non riesce ad andare avanti. Ad Aleppo c’è un gran numero di vedove come lei, bisognose di tutto.

Cercano ogni giorno di noi. Servirebbe un progetto di assistenza spirituale e materiale adatto alle loro esigenze, ma esiste solo una piccola associazione che si occupa di una quarantina di vedove di guerra facendosi carico dei loro problemi in modo lodevole. Tra le tante persone ferite dallaguerra, queste vedove sono uno dei punti più deboli.
Da un primo sondaggio risulta che solo tra i cristiani ci sono circa duemila vedoveoggi ad Aleppo,appartenenti ai diversi riti. Prendersene cura è davvero una grande sfida per una Chiesa martirizzata. Già nell’Antico Testamento il Signore le nomina ogni volta che si parla di giustizia sociale, insieme agli orfani e agli stranieri, proibendo che subiscano ingiustizie. Nel Nuovo Testamento san Giacomo, a proposito della religione ben accetta a Dio, parla disostenere le vedove e gli orfani nelle loro necessità... Nel nostro lavoro pastorale c’è un’altra spia accesa che ci allarma: sono i bambini e i giovani nati in famiglie straziate e disgregate. In genere si parla della famiglia orientale come esempio per indicare una realtà solida e unita, dove le promesse matrimoniali vengono custodite e vissute con serenità.Invece sono in aumentole famiglie che non vivono più secondo questa tradizione. Molti bambini crescono in situazioni familiari difficili, in casa regnano la violenza e i litigi fra i genitori.Altri vivono con un solo genitore, perché papà e mamma sono separati o perché uno dei due è emigrato all’estero, spesso senza dare più notizie di sé. Questi minori sono il futuro della Chiesa e della società siriana ma portano con grande amarezza le ferite del passato, e in famiglia non possono contare su nessuno che ne segua davvero il cammino di fede. La loro lettura negativa della realtà si riversa nelle relazioni con l’altro, del quale spesso hanno paura.

Così, più questi ragazzi crescono più manifestano uno squilibrio relazionale, la maggior parte di loro è intelligente e ha un buon carattere ma avverte pessimismo e sfiducia riguardo al futuro della propria famiglia. Dialogando con loro, oltre alla figura del padre o della madre sulla quale grava un’ombra,si percepisce un’immagine errata di Dio stesso. Infatti non avendo sperimentato in famiglia la tenerezza e l’equilibrio nel rapporto con uno o entrambi i genitori neppure riescono a comprendere l’affetto, la tenerezza e la misericordia di un Dio che ama personalmente, che «ha dato se stesso per ciascuno di noi». Pensando alle donne, ai bambini e ai giovani con storie travagliate sento che il mio piccolo cuore di parroco si riempie di compassione. Loro sono miei figli e hanno bisogno di essere amati, accompagnati, guidati e sostenuti, come anch’io desidererei esserlo se fossi nella loro condizione. Mi è sempre piaciuta la strategia di Gesù nel Vangelo di Giovanni.Ciòche li caratterizza è l’incontro personale. Egli si intrattiene a lungo con la samaritana nonostante leitendesse inizialmente a liquidarlo in fretta. E così accade anche con Nicodemo, nonostante l’incertezza della fede e l’inquietudine che non gli fa ancora cogliere il pensiero del Maestro. Con il cieco nato, poi, Gesù si fa vicino, interviene e lo risana, e poi lo incontra e lo accoglie. Si tratta di lunghi incontri in mezzo ai tanti impegni del Maestro. Anche nell’incontro di Gesù con la vedova di Nain, riferito dalVangelo diLuca, c’è tanta tenerezza, tanta compassione. Un intervento, il tocco che ferma la bara, poi la parola che nasce dall’amore, un amore che ridona la vita al morto, e dopo la cura di consegnarlo di persona alla madre... È questo il nostro stile pastorale. Ognuno è prezioso, specie questi elementi più deboli di una società come la nostra ormai sfinita a causa della guerra. In ogni incontro si ripete l’incontro stesso di Gesù con la gente. Un incontro di ascolto, pieno di affetto, di commozione, di tenerezza. La nostra azione in questo anno giubilare, e in un tempo di guerra e disofferenza, è a tutti e due i livelli: quello spirituale e quello umano emateriale,inmodo che ogni pesce venga pescato personalmente, ogni agnello venga ricercato perché è prezioso, e così portato di nuovo all’ovile, alla comunità. Sono le nostre priorità:priorità di compassione, priorità di avere «glistessisentimenti di Gesù» per accompagnare le vedove, i bambini e i giovaninel cammino della fede. È uno stile pastorale di misericordia, quello che il Signore ci ha insegnato e che viene applicat ooggi ad Aleppo, città che non riesce ad avere misericordia dalla comunità internazionale



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